FOGLIO LAPIS - OTTOBRE- 2020

 

L'emergenza sanitaria ha innescato un acceso dibattito nel Paese, e molte vivaci proteste – Una buona parte della polemica s'incentra sulle misure decise per la scuola, da molti considerate inutili, eccessive e persino nocive – Ecco le testimonianze duramente critiche di una dirigente d'istituto e di una maestra

 

Il distanziamento sociale è un concetto disumano”. Così Solange Hutter, dirigente ad Amalfi di un istituto secondario superiore. Si riferisce, ovviamente, a una delle misure che sono state introdotte nelle scuole dai decreti governativi nel quadro di una lotta contro la pandemia che lei considera inutile, vessatoria e autoritaria. Partecipando lo scorso 3 settembre a una conferenza stampa sulla “Scuola che accoglie” svoltasi alla Camera dei Deputati, la Hutter si è scagliata anche contro l'imposizione ai bambini della mascherina, più in generale contro tutte le limitazioni di quella libertà personale che considera non soltanto inutili dal punto di vista della prevenzione, ma anche estremamente nocive dal punto di vista fisiologico e da quello psicologico. La sua critica al sistema educativo è radicale e investe la gestione della scuola ben oltre l'attuale crisi sanitaria. “Hanno creato una scuola mostruosa!”, dice, una “scuola riformatorio” che mortifica le personalità individuali di alunni e docenti: ma “la scuola non è un carcere!”. E ancora, tornando all'attualità pandemica: “lo Stato agisce come un nemico”, organizzando “un genocidio psicologico a danno dei ragazzi”.

Qualche settimana prima del suo intervento alla Camera Solange Hutter aveva protestato con l'arma dello sciopero della fame contro una prospettiva che si andava delineando, qualcuno aveva proposto che si punisse abbassando il voto in condotta l'inosservanza di quelle che ufficialmente vengono chiamate “misure di protezione individuale”, le mascherine in primis. Del resto la battagliera dirigente d'istituto allarga la sua critica alle restrizioni imposte al Paese anche al di là dell'ambito scolastico: “siamo di fronte a un delirio collettivo”, “non siamo malati e l'Italia non è un ospedale a cielo aperto”, “perché tu, Stato, adesso sei un nostro nemico”. Non solo: “neanche per un istante abbiamo creduto che tutto ciò riguardasse la difesa della salute”, “ciò che è stato concepito porterà soltanto malessere, malattia e morte”.

La polemica più estrema si dirige contro la gestione della scuola: “volete trasformare la vita dei nostri studenti in un incubo”. “Vorreste entrare nelle nostre scuole e trasformarle in lager e lazzaretti senza malati”. Poi la Hutter attacca la mole di responsabilità connesse con la pandemia che viene scaricata sui docenti e sui dirigenti d'istituto; “tu, Stato, non puoi assegnarmi responsabilità che non afferiscono al mio profilo professionale di dirigente scolastico”. Sostiene che al personale della scuola non si possono affidare mansioni medico legali: “noi non siamo direttori sanitari”. Poi invita gli ordini professionali dei medici e dei giornalisti a verificare il rispetto della deontologia di quei professionisti che si sono resi complici della “strategia del terrore” imputata al governo. Alcune settimane dopo questo discorso, prendendo la parola alla “Marcia della Liberazione” del 10 ottobre a Roma, Solange Hutter ha denunciato alcuni gravi episodi, un bambino che per uno starnuto è stato spedito in quarantena, alunni maltrattati da insegnanti e bidelli perché non portavano la mascherina.

Un altro caso di severa critica alle misure restrittive anti-pandemia che hanno accompagnato l'avvio del nuovo anno scolastico è quello di Rossella Ortolani, maestra in una primaria toscana, che per protesta si è posta in aspettativa. “Sono docente da venticinque anni”, dice, “e sono abituata a preparare i miei alunni in modo che possano affrontare il mondo senza paura”. Lascio la scuola, aggiunge, perché “non voglio rendermi complice di chi semina proprio la paura”, come accade con l'imposizione ai bambini, che hanno bisogno di libertà di movimento e di espressione, di maschere, distanze, cautele fuori luogo o almeno fuori misura.

La maestra Rossella intravvede una possibile alternativa nella cosiddetta “scuola parentale” che d'altra parte, come commenta un'osservatrice qualificata, finisce con il riproporre la differenziazione sociale fra i figli di chi può insegnare o organizzare l'insegnamento e i bambini che al contrario, provenendo da famiglie disagiate, ne sono esclusi in partenza contraddicendo al “mito” della scuola per tutti.

 

 

                                                                  r. f. l.  

 

 


                                                  

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