FOGLIO LAPIS - OTTOBRE - 2015

 
 

Una direttiva del ministro dell'istruzione invita le università giapponesi a ridurre o sopprimere i dipartimenti umanistici e di scienze sociali, e riservare un ruolo centrale alle discipline scientifiche e tecnologiche – Le proteste dal mondo accademico e da molti cittadini – Il dibattito richiama la celebre denuncia che Charles Snow affidò oltre mezzo secolo fa al suo saggio sulle “due culture” - L'errore di sottovalutare l'intima coesione del sapere

 

Era il 1959 quando uno studioso inglese, Charles P. Snow, pubblicò il suo celebre saggio “Le due culture”. Vi sosteneva una tesi molto semplice: a differenza da altre epoche del pensiero, fra il sapere umanistico e quello scientifico si va approfondendo un baratro. E questo porta a un impoverimento generale, con scienziati che ignorano Shakespeare e letterati che non sanno nulla di Newton, gli uni separati dagli altri da un sottile reciproco disprezzo. Sulla scia del libro di Snow si aprì un dibattito che spaziava dalla nostalgia del buon tempo antico, quando tutti i saperi confluivano nell'ideale di una conoscenza universale e personaggi come Dante o Leonardo sapevano destreggiarsi fra arte e scienza, alla difesa della specializzazione imposta dal progresso scientifico e tecnologico. In appoggio a quest'ultimo punto di vista si poneva l'accento sul concetto di utilità: sapere ciò che serve, insegnare e imparare ciò che serve. Già, ma proprio questo è il punto: che cosa è ciò che serve?

Questo tema così controverso è rilanciato da un'iniziativa del governo giapponese. I responsabili delle università nazionali hanno ricevuto lo scorso mese di giugno una direttiva del ministro dell'istruzione con cui vengono invitati a sopprimere i dipartimenti consacrati agli studi umanistici e alle scienze sociali, o a mutarne i programmi verso discipline “di maggiore utilità”. In un Giappone che fatica a risollevarsi da una lunga crisi economica e finanziaria, la mossa governativa è stata vista come un tentativo di tagliare le spese dell'istruzione superiore, indirizzando la formazione verso obiettivi di immediata resa, che si ravvisano evidentemente nel primato delle discipline scientifiche e tecnologiche. Ma è proprio questo uno dei punti più dibattuti, accanto alla difesa della straordinaria tradizione umanistica del Giappone. “La cattiva abitudine di valutare l'apprendimento accademico in termini di utilità è ancora viva nel nostro paese”. Così  Takamitsu Sawa, rettore dell'università della prefettura di Shiga, in un articolo pubblicato dal quotidiano The Japan Times.

Il professor Sawa ricorda certi precedenti, per esempio negli anni Sessanta del Novecento il governo d Tokyo annunciò il proposito di confinare gli studi umanistici e le scienze sociali nelle sole università private. Ancor prima, durante la seconda guerra mondiale, gli studenti di scienze naturali e ingegneria venivano esonerati dalla coscrizione, si mandavano invece preferibilmente al fronte quelli che studiavano lettere, arte e scienze sociali, evidentemente considerati una perdita meglio tollerabile per il paese. Eppure, fa notare Sawa, la maggior parte dei giapponesi ai vertici della politica, della burocrazia e dell'economia ha una formazione umanistica, che ha loro garantito spirito critico e capacità di pensiero, giudizio ed espressione. Lo spirito critico, aggiunge, è alla base delle società democratiche, e liberali, mentre la sua mancanza favorisce le derive totalitarie. Inoltre guardiamoci attorno, conclude Sawa: le prime università del mondo, come Oxford, Cambridge, Stanford e Harvard, si guardano bene dal confinare in un ghetto le discipline classiche.

Critiche alla mossa governativa provengono anche dal mondo produttivo, che pure dovrebbe essere il beneficiario dell'iniziativa: la componente umanistica nella formazione dei manager è importante, fa sapere un responsabile dell'industria nipponica. “Armonia fra scienza e umanesimo”: è quanto chiede Hiroshi Noro, un lettore del Japan Times. E ricorda una personale esperienza, una malattia che lo portò in ospedale. Se sono guarito e tornato rapidamente a una vita normale è stato non soltanto grazie all'abilità tecnica di chi mi ha curato, ma anche per il calore comunicativo dei medici e delle infermiere. Quel personale opera a un livello così eccellente, a parere di Noro, perché nella sua formazione ha avuto un ruolo, accanto alle discipline scientifiche, una giusta dose di studi umanistici. Come sosteneva Snow oltre sessantacinque anni or sono, bisogna ristabilire un rapporto virtuoso fra i saperi. Ma i tempi non sembrano propizi al riguardo: dalle nostre parti per esempio si preferisce limitare, fin quasi a farlo scomparire, l'insegnamento del latino, sulla base della grossolana spiegazione che trattandosi di una lingua morta non serve a niente. Accenti analoghi in Spagna, dove si riduce ai minimi termini l'insegnamento della filosofia.

                                                  f. s. 
                                         

    


                                                  

 
 

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