FOGLIO LAPIS - MAGGIO - 2026

 

Finora la tutela dell'infanzia dalle insidie della rete era stata frammentaria e poco efficace. L'Unione Europea ha deciso di correre ai ripari

 

Per dirla con Baudrillard viviamo in una “iper-realtà” in cui i confini tra identità reale ed identità virtuale sono sempre più labili, i due piani tendono a fondersi e, spesso, a dissolversi. Nell’ecosistema digitale l’età, soprattutto dei minori, diviene un dato da certificare, proteggere e, a volte, persino celare. E’ in questo scenario che l’annuncio fatto da Ursula von der Leyen il 15 aprile, assieme ad Henna Virkkunen, commissaria europea per la Sovranità tecnologica, assume una valenza di importanza straordinaria: il lancio dell’app di verifica dell’età anagrafica (age verification).

Finora i sistemi capaci di limitare l’accesso dei minori a determinati siti e piattaforme social si sono basati, quasi esclusivamente, su semplici autocertificazioni che, come si può immaginare sono facilmente alterabili. Bastava inserire o dichiarare una data di nascita fasulla per aggirare qualsiasi barriera, oppure utilizzare una VPN (Virtual Private Network) per eludere possibili blocchi. Modalità che con il tempo hanno palesato tutte le problematiche legate alla sicurezza, esponendo intere generazioni a forme di bullismo digitale, dipendenza da algoritmi o esposizione a contenuti non adatti all’età cronologica.

Per fronteggiare quella che è una vera e propria emergenza educativa i singoli Stati si sono mossi in ordine sparso, offrendo un quadro normativo non omogeneo ma, frammentato e confuso. Come sollecitato da tanto tempo, l’Unione Europea ha deciso di frantumare questo schema introducendo un sistema più sofisticato basato su prove crittografiche di identità digitali. L’obiettivo è tra i più ambiziosi: creare una sorta di “scudo digitale” capace di salvaguardare e proteggere i minori dai rischi del web senza, per questo, tramutare internet in uno spazio di sorveglianza.

Il cuore tecnologico dell’app risiede nella prova a conoscenza zero (Zero-Knowledge Proof), spesso abbreviata con ZKP, un principio degno del miglior Zenone: dimostrare qualcosa senza rivelarne i dettagli. Nella pratica l’app permette di dimostrare che una certa affermazione è vera senza rivelare nient’altro oltre alla sua veridicità, non comunica chi sei, ma solo se soddisfi il requisito più importante: “Sì, l’utente ha l’età minima richiesta” oppure “No, non la possiede”. Nessun nome, data di nascita o altro dato personale, viene trasmesso alle piattaforme web. E’ una rivoluzione pratica, oltre che concettuale: dalla fiducia cieca alla verifica matematica senza esporre l’individuo.

E’ una modalità capace di garantire l’assoluta privacy dei minori online e perfettamente in linea con il DSA (Digital Service Act), il quadro normativo europeo che impone alle piattaforme online stringenti obblighi di sicurezza e trasparenza.

Come annunciato con enfasi dalla Presidente della Commissione Europea ora “non ci sono più scuse” per i colossi informatici, l’infrastruttura è tecnicamente pronta ed è completamente open source. Questo permetterebbe anche a Stati partner extra-europei di prendere i codici sorgente ed adattarli ed integrarli nei loro sistemi nazionali.

Peccato che, se da una parte il fatto che l’app sia gratuita ed open source permetta ad esperti di provarla e testarla, dall’altra sono proprio costoro che a breve giro hanno evidenziato come il codice sorgente rilasciato non soddisfi affatto gli standard di sicurezza che si sarebbero attesi da un’app così importante.

C’è chi ha asserito che oltre a pubblicare il codice sarebbe stato opportuno rendere note anche le valutazioni di sicurezza prima del lancio. E chi, come Paul Moore, consulente americano per la sicurezza, ha paragonato l’app ad un panopticon, postazione simbolo della sorveglianza ipotizzato dal filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham nel 1791.

Quel che è certo è che, per svariati motivi, si è avuta una certa fretta nel rilascio di un’app che richiede ancora migliorie, ma che rappresenta un sicuro passo avanti rispetto alle strade finora intraprese. Ha anche evidenziato che la tecnologia da sola non basta senza una dimensione educativa e sociale del problema.

Come in ogni innovazione la verità probabilmente risiede nel mezzo ma trovarla, nel mondo digitale, è forse la sfida più complessa del nostro tempo.

 

                                                                      Clemente Porreca           

 

 


                                           

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