Finora
la tutela dell'infanzia dalle insidie della rete era stata
frammentaria e poco efficace. L'Unione Europea ha deciso
di correre ai ripari
Per
dirla con Baudrillard viviamo in una “iper-realtà”
in cui i confini tra identità reale ed identità
virtuale sono sempre più labili, i due piani tendono
a fondersi e, spesso, a dissolversi. Nell’ecosistema
digitale l’età, soprattutto dei minori, diviene
un dato da certificare, proteggere e, a volte, persino celare.
E’ in questo scenario che l’annuncio fatto da
Ursula von der Leyen il 15 aprile, assieme ad Henna Virkkunen,
commissaria europea per la Sovranità tecnologica,
assume una valenza di importanza straordinaria: il lancio
dell’app di verifica dell’età anagrafica
(age verification).
Finora
i sistemi capaci di limitare l’accesso dei minori
a determinati siti e piattaforme social si sono basati,
quasi esclusivamente, su semplici autocertificazioni che,
come si può immaginare sono facilmente alterabili.
Bastava inserire o dichiarare una data di nascita fasulla
per aggirare qualsiasi barriera, oppure utilizzare una VPN
(Virtual Private Network) per eludere possibili blocchi.
Modalità che con il tempo hanno palesato tutte le
problematiche legate alla sicurezza, esponendo intere generazioni
a forme di bullismo digitale, dipendenza da algoritmi o
esposizione a contenuti non adatti all’età
cronologica.
Per
fronteggiare quella che è una vera e propria emergenza
educativa i singoli Stati si sono mossi in ordine sparso,
offrendo un quadro normativo non omogeneo ma, frammentato
e confuso. Come sollecitato da tanto tempo, l’Unione
Europea ha deciso di frantumare questo schema introducendo
un sistema più sofisticato basato su prove crittografiche
di identità digitali. L’obiettivo è
tra i più ambiziosi: creare una sorta di “scudo
digitale” capace di salvaguardare e proteggere i minori
dai rischi del web senza, per questo, tramutare internet
in uno spazio di sorveglianza.
Il
cuore tecnologico dell’app risiede nella prova a conoscenza
zero (Zero-Knowledge Proof), spesso abbreviata con ZKP,
un principio degno del miglior Zenone: dimostrare qualcosa
senza rivelarne i dettagli. Nella pratica l’app permette
di dimostrare che una certa affermazione è vera senza
rivelare nient’altro oltre alla sua veridicità,
non comunica chi sei, ma solo se soddisfi il requisito più
importante: “Sì, l’utente ha l’età
minima richiesta” oppure “No, non la possiede”.
Nessun nome, data di nascita o altro dato personale, viene
trasmesso alle piattaforme web. E’ una rivoluzione
pratica, oltre che concettuale: dalla fiducia cieca alla
verifica matematica senza esporre l’individuo.
E’
una modalità capace di garantire l’assoluta
privacy dei minori online e perfettamente in linea con il
DSA (Digital Service Act), il quadro normativo europeo che
impone alle piattaforme online stringenti obblighi di sicurezza
e trasparenza.
Come
annunciato con enfasi dalla Presidente della Commissione
Europea ora “non ci sono più scuse” per
i colossi informatici, l’infrastruttura è tecnicamente
pronta ed è completamente open source. Questo permetterebbe
anche a Stati partner extra-europei di prendere i codici
sorgente ed adattarli ed integrarli nei loro sistemi nazionali.
Peccato
che, se da una parte il fatto che l’app sia gratuita
ed open source permetta ad esperti di provarla e testarla,
dall’altra sono proprio costoro che a breve giro hanno
evidenziato come il codice sorgente rilasciato non soddisfi
affatto gli standard di sicurezza che si sarebbero attesi
da un’app così importante.
C’è
chi ha asserito che oltre a pubblicare il codice sarebbe
stato opportuno rendere note anche le valutazioni di sicurezza
prima del lancio. E chi, come Paul Moore, consulente americano
per la sicurezza, ha paragonato l’app ad un panopticon,
postazione simbolo della sorveglianza ipotizzato dal filosofo
e giurista inglese Jeremy Bentham nel 1791.
Quel
che è certo è che, per svariati motivi, si
è avuta una certa fretta nel rilascio di un’app
che richiede ancora migliorie, ma che rappresenta un sicuro
passo avanti rispetto alle strade finora intraprese. Ha
anche evidenziato che la tecnologia da sola non basta senza
una dimensione educativa e sociale del problema.
Come
in ogni innovazione la verità probabilmente risiede
nel mezzo ma trovarla, nel mondo digitale, è forse
la sfida più complessa del nostro tempo.
Clemente Porreca
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