Una
sfida letteraria oltre due secoli fa all'origine di una
preoccupazione dei nostri giorni. Immaginare creature
mostruose significa crearne? La tecnologia ne è
responsabile?
Fu
durante un soggiorno in Svizzera, sul lago di Ginevra pe
la precisione, in un’estate particolarmente fredda
e piovosa, che Lord Byron, forse per esorcizzare quei momenti,
decise di indire una sfida letteraria, sollecitò
gli amici a scrivere il miglior racconto dell’orrore.
Fra i compagni di viaggio che accettarono l’invito
Mary Shelley che pose le basi, tra il 1816 e il 1817, a
quello che sarà il suo romanzo più famoso,
Frankestein. La vicenda è quella nota di un giovane
scienziato che, spinto da un’irrefrenabile sete di
conoscenza, decide di assemblare frammenti di identità
(tessuti ed arti) per dar vita ad un essere artificiale.
Anche
il sottotitolo "il moderno Prometeo", risente
dell’influenza della teoria di Erasmus Darwin circa
la "vita dopo la morte”. Il protagonista, Victor
Frankenstein, assume un ruolo "divino": se il
titano Prometeo rubò il fuoco agli dèi per
darlo all'umanità, lui dona la vita attraverso la
scienza.
Il
mostro appena creato fugge dal laboratorio e semina disastri,
metafora di quello a cui può condurre l’idea
di un progresso illimitato senza etica, una hybris (tracotanza)
che, sfuggendo alle intenzioni del suo creatore, può
portare a conseguenze spesso incontrollabili.
Nel
2017, esattamente duecento anni dopo, su Reddit un utente
dal nickname deepfakes posta video dove il viso degli attori
originali è sostituito da quello di altri attori.
Il successo è tale da spingere l’autore ad
attivare sulla piattaforma una specifica sezione dove i
post sono organizzati in categorie ed argomenti. Solo che
nell’arco di poche settimane i video, da curiosi e
divertenti, prendono la strada dell’hard: i volti
di personaggi celebri vanno a sostituire quello dei pornoattori.
Immediate le reazioni dei malcapitati, i quali intentarono
diverse azioni legali nei confronti di Reddit a difesa della
propria dignità e reputazione. Il risultato fu la
chiusura dell’account per violazione delle policy
della community per la pubblicazione di video NSFW (Not
Safe For Work). Ma la portata della novità era elevata,
così come il numero di utenti interessati a quel
tipo di materiale, che i divieti non bloccarono il fenomeno,
lo fecero solo traslocare verso canali più permissivi,
quali 4chan e 8chan.
L’utilizzo
di particolari algoritmi, coadiuvati dall’intelligenza
artificiale, permise di far evolvere la swap-face, una particolare
tecnica di montaggio video già utilizzata in ambito
cinematografico, e di renderla disponibile ad un pubblico
più vasto e non necessariamente equipaggiato con
apparecchiature e software potenti e costosi. Spesso neanche
dotato di conoscenze e competenze informatiche elevate.
I
video così prodotti iniziarono a spostare l’attenzione
del pubblico: dalla goliardia si passò ad una possibile
minaccia per la sicurezza delle informazioni, soprattutto
se utilizzati in particolari settori quali la disinformazione
e la manipolazione politica.
Nella
situazione attuale l’allarme è talmente alto
da richiedere una serie di interventi normativi, anche se
le risposte fornite dalle principali potenze mondiali non
sono affatto univoche. In Europa l’art. 50 dell’AI
Act, in nome della trasparenza, impone ai provider di rendere
riconoscibili, tramite appositi contrassegni, gli elaborati
generati o manipolati artificialmente. Unica eccezione quelli
con finalità artistiche, creative, satiriche o fittizie.
Gli Stati Uniti, invece, preferiscono la strada della no
regulation: è demandata ai singoli stati la regolamentazione
specifica. In estrema sintesi, se l‘Europa ha adottato
la strada della prevenzione, gli USA preferiscono decentrare
e, eventualmente, punire reattivamente e solo per alcuni
ambiti specifici.
Del
tutto fuori dal coro la posizione della Danimarca che ha
da poco presentato una proposta di legge che, per la prima
volta, paragona la rappresentazione digitale realistica
di una persona ad un’opera d’arte. La legge
danese, pur mantenendosi all’interno del solco tracciato
dall’AI Act europeo, impone alle piattaforme, i moderni
“villaggi”, l’obbligo di rimozione e di
risarcimento, in nome del copyright. E’ un’azione
pionieristica, che cerca di impedire che il Frankenstein
digitale dei deepfake vaghi impunito e danneggi la vita
delle persone.
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Clemente Porreca
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