FOGLIO LAPIS - GENNAIO 2026

 
 

Una sfida letteraria oltre due secoli fa all'origine di una preoccupazione dei nostri giorni. Immaginare creature mostruose significa crearne? La tecnologia ne è responsabile?

 

 

Fu durante un soggiorno in Svizzera, sul lago di Ginevra pe la precisione, in un’estate particolarmente fredda e piovosa, che Lord Byron, forse per esorcizzare quei momenti, decise di indire una sfida letteraria, sollecitò gli amici a scrivere il miglior racconto dell’orrore. Fra i compagni di viaggio che accettarono l’invito Mary Shelley che pose le basi, tra il 1816 e il 1817, a quello che sarà il suo romanzo più famoso, Frankestein. La vicenda è quella nota di un giovane scienziato che, spinto da un’irrefrenabile sete di conoscenza, decide di assemblare frammenti di identità (tessuti ed arti) per dar vita ad un essere artificiale.

Anche il sottotitolo "il moderno Prometeo", risente dell’influenza della teoria di Erasmus Darwin circa la "vita dopo la morte”. Il protagonista, Victor Frankenstein, assume un ruolo "divino": se il titano Prometeo rubò il fuoco agli dèi per darlo all'umanità, lui dona la vita attraverso la scienza. 

Il mostro appena creato fugge dal laboratorio e semina disastri, metafora di quello a cui può condurre l’idea di un progresso illimitato senza etica, una hybris (tracotanza) che, sfuggendo alle intenzioni del suo creatore, può portare a conseguenze spesso incontrollabili.

Nel 2017, esattamente duecento anni dopo, su Reddit un utente dal nickname deepfakes posta video dove il viso degli attori originali è sostituito da quello di altri attori. Il successo è tale da spingere l’autore ad attivare sulla piattaforma una specifica sezione dove i post sono organizzati in categorie ed argomenti. Solo che nell’arco di poche settimane i video, da curiosi e divertenti, prendono la strada dell’hard: i volti di personaggi celebri vanno a sostituire quello dei pornoattori. Immediate le reazioni dei malcapitati, i quali intentarono diverse azioni legali nei confronti di Reddit a difesa della propria dignità e reputazione. Il risultato fu la chiusura dell’account per violazione delle policy della community per la pubblicazione di video NSFW (Not Safe For Work). Ma la portata della novità era elevata, così come il numero di utenti interessati a quel tipo di materiale, che i divieti non bloccarono il fenomeno, lo fecero solo traslocare verso canali più permissivi, quali 4chan e 8chan.

L’utilizzo di particolari algoritmi, coadiuvati dall’intelligenza artificiale, permise di far evolvere la swap-face, una particolare tecnica di montaggio video già utilizzata in ambito cinematografico, e di renderla disponibile ad un pubblico più vasto e non necessariamente equipaggiato con apparecchiature e software potenti e costosi. Spesso neanche dotato di conoscenze e competenze informatiche elevate.

I video così prodotti iniziarono a spostare l’attenzione del pubblico: dalla goliardia si passò ad una possibile minaccia per la sicurezza delle informazioni, soprattutto se utilizzati in particolari settori quali la disinformazione e la manipolazione politica.

Nella situazione attuale l’allarme è talmente alto da richiedere una serie di interventi normativi, anche se le risposte fornite dalle principali potenze mondiali non sono affatto univoche. In Europa l’art. 50 dell’AI Act, in nome della trasparenza, impone ai provider di rendere riconoscibili, tramite appositi contrassegni, gli elaborati generati o manipolati artificialmente. Unica eccezione quelli con finalità artistiche, creative, satiriche o fittizie. Gli Stati Uniti, invece, preferiscono la strada della no regulation: è demandata ai singoli stati la regolamentazione specifica. In estrema sintesi, se l‘Europa ha adottato la strada della prevenzione, gli USA preferiscono decentrare e, eventualmente, punire reattivamente e solo per alcuni ambiti specifici.

Del tutto fuori dal coro la posizione della Danimarca che ha da poco presentato una proposta di legge che, per la prima volta, paragona la rappresentazione digitale realistica di una persona ad un’opera d’arte. La legge danese, pur mantenendosi all’interno del solco tracciato dall’AI Act europeo, impone alle piattaforme, i moderni “villaggi”, l’obbligo di rimozione e di risarcimento, in nome del copyright. E’ un’azione pionieristica, che cerca di impedire che il Frankenstein digitale dei deepfake vaghi impunito e danneggi la vita delle persone.

 

                                             Clemente Porreca
                                         

                                                                                                 

 

 
 

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