Una scuola che piaccia

Ragazzi a rischio? Forse, ma bisognerebbe prima di tutto mettere a fuoco il problema di una organizzazione scolastica che ha bisogno di un radicale adeguamento al suo ruolo? Per soddisfare l’obbligo costituzionale è necessaria la trasmissione diretta di quelle nozioni di base che facciano del ragazzo un elemento pienamente partecipe della società. Perché la voce della LAPIS non deve restare inascoltata

 

L’ho chiesto a Giuseppe, tassista a Napoli, ex scugnizzo ai quartieri spagnoli, adesso padre di tre bambine. Gli ho chiesto come dovrebbe essere la scuola dell’obbligo, quella che auspicano tanti giovani genitori come lui alle prese con le gravissime difficoltà quotidiane e con dei figli da crescere in un ambiente a dir poco malsano. L’ho chiesto ai sacerdoti che operano nel silenzio accogliendo negli spazi delle parrocchie quei ragazzi che altrimenti sarebbero allo sbando più totale. L’ho chiesto ai professori, quelli che lavorano in trincea, nelle borgate dove i cittadini più fortunati non osano neanche passare con la macchina. L’ho chiesto a quei giovani angeli che operano nel volontariato, mettendo a disposizione della collettività il loro tempo, le loro energie e il loro denaro. L’ho chiesto ai presidenti dei tribunali minorili, ai rappresentanti dei sindacati, ai generali dell’esercito. L’ho chiesto a tanti bambini e a mia figlia Laura, che a otto anni già vede la scuola con un precoce spirito critico. Uno psicologo mi ha detto che invece di parlare di ragazzi a rischio sarebbe più opportuno incentrare l’attenzione sulla necessità di modificare una scuola che, così com’è, rischia di rovinare psicologicamente i nostri ragazzi. Con le nostre delegazioni LAPIS abbiamo visitato decine e decine di scuole, preso atto della buona volontà e visionato progetti e laboratori che servono (o almeno dovrebbero, visto che molti di questi hanno l’attrezzatura ma non chi la sappia usare) ad interessare allo studio i ragazzi. Siamo andati città per città in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, arrivando fino a Orgosolo o sulle montagne della Sila, per renderci conto personalmente, per esempio, di come funziona una scuola o di come è organizzata la prima accoglienza e relativo avvio all’istruzione dei piccoli curdi. A Villa Literno c’è un signore, Angelo di nome e di fatto, che pur di garantire l’istruzione e togliere dalla strada i figli degli immigrati stranieri che "lavorano" nelle campagne circostanti, si è fatto tutore legale di tanti ragazzini dei quali – ci raccontava – non può certo controllare la vita, rischiando così in prima persona di essere chiamato in causa qualora alcuni di questi commettano reato. Fin dall’inizio del mio mandato di Presidente della LAPIS dissi chiaramente che tutte le strade d’Italia da percorrere palmo a palmo sarebbero state il mio ufficio, la gente – tutta – i miei collaboratori. Perché? Perché il problema dell’evasione dalla scuola dell’obbligo è la più qualificata spia rivelatrice del degrado politico morale e sociale dei nostri tempi. Questa la potente molla che spinge tanti professionisti, molti dei quali non hanno propriamente nulla a che fare con l’ambiente scolastico, a rispondere all’appello della LAPIS sostenendone la nobile causa. Ecco perché la riforma, quella auspicata della scuola dell’obbligo, non potrà prescindere dall’ascoltare la nostra voce fatta di impressioni e argomenti raccolti in giro per le città e i paesi, colta insomma direttamente dal popolo italiano. Noi sappiamo quali esigenze dovrebbe soddisfare questa riforma. Noi, i non specialisti, abbiamo anche le idee chiare sui metodi possibili per attuarla. La LAPIS è nata perché Giuseppe il tassista e come lui i vescovi, i generali, gli operai, gli impiegati, i presidenti, i professori, insomma tanti padri e madri coscienti, pensano che la scuola italiana non piace ai bambini, in realtà non interessa ai politici e quello che è peggio non serve a niente, almeno fino a quando l’adempimento dell’obbligo costituzionale non implicherà la trasmissione diretta di quelle nozioni di base che servano al ragazzo per integrarsi attivamente, consapevolmente, sia nel mondo dello studio vero e proprio, sia nel mondo del lavoro, comunque nel vivere civile come elemento non passivo ma pienamente partecipe. Se l’uso di stupefacenti in età sempre più precoce e l’aumento della criminalità minorile fanno gridare tutti "al lupo al lupo", noi della LAPIS scommettiamo sulla possibilità che il ricordo dei primi anni di scuola possa essere oltre che formativo anche gradevole.

                                          Marilena Farruggia Venturi
                                                                  Presidente della LAPIS

 

La scuola negata dal padre padrone

 

Gavino Ledda racconta in una intervista la sua vicenda – Sottratto alla scuola per ragioni che ancora non sa spiegarsi, protagonista più tardi di un recupero che lo ha portato a concentrare diciassette anni scolastici in nove anni – "Si può rispettare l’obbligo soltanto quando i genitori non hanno problemi, soprattutto economici" – "Bisogna raccontare ai bambini le ultime cose che abbiamo imparato, altro che Cappuccetto Rosso"

 

Il tuo è un caso esemplare di famiglia che nega l’istruzione, trincerandosi dietro la ragione che la scuola non serve.
Non è tanto la famiglia quanto un caso limite, il padre…
Cioè lui pensava che la scuola non servisse e quindi ti ha ritirato?
Con questa domanda mi metti in imbarazzo in quanto non saprei rispondere esattamente, ci sono tante ragioni, non una sola.
Per esempio?
Mio padre non aveva bisogno di me. Come fa un padre di 35 anni ad avere bisogno di un bambino di sei anni? E allora non ho risposto mai a questa domanda. La ragione esatta io non l’ho capita.
Ritieni che sia cambiato qualcosa quando eri bambino per quanto riguarda l’istruzione?
E’ cambiato il rapporto fra scuola e genitori, il padre manda regolarmente il figlio a scuola in condizioni di vita normale. Mio padre cominciò con una vita normale, faceva il pastore e non è paragonabile, ad esempio, ad uno della malavita di oggi al quale non frega niente che il bambino vada o no a scuola. Mio padre conduceva una vita normale con la pastorizia e l’agricoltura, rimane un caso particolare per cui a cinquanta anni dal fatto io non riesco ancora a darne una spiegazione.
Non gli ha mai chiesto il perché?
Non si può dire, o lui è vigliacco per cui non te lo dice, oppure dice che aveva bisogno davvero, ma non è vero. Poteva farmi fare le elementari e poi a dodici anni, come sarebbe stato normale, avrei potuto cominciare a guardare le pecore, ma non a sei anni come è successo. Ho rischiato la vita per una polmonite, tanti erano i disagi. A mio padre non ho perdonato non tanto l’abbandono della scuola, quanto l’avermi lasciato a sei anni in una capanna senza la mamma e i comfort che un bambino deve avere.
Il tuo recupero tardivo della scuola ha trovato una risposta all’interno di essa, oppure il fatto che era troppo tardi ti ha costretto a fare tutto da solo?
Io ho dovuto fare tutto da solo, c’è stata una repressione dei diritti che mi spettavano. Un bambino di sei anni capisce ciò che gli sta accadendo: costretto a lasciare la scuola, sa che non potrà fare ciò che fanno i suoi compagni e pensa che solo a vent’anni, una volta maggiorenne, potrà farlo. Questo vuoto è rimasto sempre dentro di me, l’ho covato e quando ho avuto "la schiusa" è diventato un’aquila che ha dato vita al recupero dovuto a cariche psichiche, a forze caratteriali, rivalse di forze interiori, diversamente non si spiegherebbe il mio curriculum scolastico: in nove anni ho recuperato 17 anni scolastici.
Ma la scuola è preparata a permettere questo tipo di recuperi?
No, non è nemmeno contemplato questo, tanto è vero che la mia è stata una scuola dell’amicizia. Man mano che incontravo un amico chiedevo aiuto e se poteva me lo dava. Sono stato alfabetizzato dalla scuola dell’amicizia, ed è una cosa molto bella, essa ha trionfato su questa scuola dell’obbligo. Non si può parlare di scuola d’obbligo senza pensare ai problemi che molte famiglie incontrano anche per mandare regolarmente i propri figli a scuola. Si può rispettare l’obbligo scolastico solo quando i genitori non hanno problemi, soprattutto economici.
Infatti, anche i libri costano tanto.
Tutto costa, è tutto sbagliato da quando si nasce e da prima di nascere.
Che cosa si potrebbe fare?
Bisogna cambiare tutta la società.
In che modo? Hai qualche idea in proposito?
Certo che ce l’ho. Bisogna cambiare tutta la maternità, tutta la paternità, la conoscenza: bisognerebbe aggiornare il linguaggio a quello che è l’uomo del Duemila.
Una domanda un po’ impertinente: ti sei impadronito tardi della lingua italiana, oggi come filologo inviti a superarla… Non c’è contrasto?
Questo rientra nell’imprevedibilità dell’uomo. L’uomo è imprevedibile per fortuna: un giorno uno inventa una cosa e cambia tutta la visione del mondo, della storia.
Nel suo ultimo libro, Recanto, parli di sviluppo della lingua del futuro. Ritieni che la scuola dovrebbe porsi tale problema fin dagli anni dell’obbligo, oppure insegnare la lingua attuale?
Mi fanno ridere quando ancora oggi parlano di narrativa per i bambini e di narrativa per i grandi.queste cose mi indispongono perché non dobbiamo trattare i bambini come tali e quindi incapaci di capire, bensì proprio come gli adulti cioè in grado di comprendere ogni cosa. Non bisogna raccontare le favole ai bambini in quanto ritengo che non siano aderenti alla realtà, se io avessi dei nipoti non gliele racconterei. Di solito le favole corrispondono a delle bugie e non è bello insegnare bugie ai bambini. Io ai miei figli insegnerei le ultime cose che ho imparato, in maniera che siano avvantaggiati da ciò, senza risalire a Cappuccetto Rosso.
Per esempio che cosa racconteresti?
Racconterei l’ultima cosa che ho scoperto sul linguaggio, per esempio. Ai bambini bisogna insegnare le ultime cose che abbiamo imparato, il difficile è saperle spiegare in maniera semplice. Se si ricominciasse a raccontare le storie che insegnavano i nostri nonni si ricomincerebbe sempre daccapo, così facendo non si arriverebbe mai a conoscere pienamente la nostra realtà. La nostra è una civiltà rivolta al passato e non al futuro come dovrebbe essere.
Come vorresti la scuola dell’obbligo?
La vorrei rivolta al futuro e non al passato come è ora, per cui al presente non arriva mai, tanto è vero che sono tutti disoccupati. E’ una scuola slegata dalla realtà, dalle esigenze della conoscenza, dalla nostra mente che è confinata e prigioniera del passato.
Questo riguarda chiaramente anche la formazione degli insegnanti.
Del bambino, ma anche degli insegnanti. Lo scrittore deve essere un modello, io scrivo in questo modo perché queste cose le ho imparate non dagli uomini ma dagli animali e dalle piante, dalla natura.
In che modo gli animali, la natura, ti hanno insegnato a vivere proiettato verso il futuro?
Io da bambino ho imparato le cose principali dal divenire della natura, poi da adulto ho appreso la scrittura e l’arte di adesso, per cui ripeto che al bambino vanno insegnate le ultime cose apprese, non La volpe e l’uva, ad esempio, che non serve più. Per quanto potesse essere bella 2000 anni fa se l’esamini bene è una "balla", si insegna al bambino a dire una bugia: non è vero che l’uva era acerba. La favolistica è tutta una menzogna, per cui alla fine abbiamo dei bambini menzogneri. Le piante, gli animali non dicono bugie.

 

A proposito di qualità dell’istruzione

 

Quando la scuola diviene ambiente di disagio e demotivazione – Bisogna tornare alla lezione di John Dewey: "L’educazione deve prendere l’essere così com’è, è un fatto basilare che ogni individuo ha quel dato bagaglio di attività originarie…" – Come uscire dalla strettoia del "programma" e della trasmissione meccanica del sapere – La testimonianza di una insegnante sulla base della propria esperienza professionale

Il più grande disagio vissuto dal ragazzo intelligente all’interno della scuola è dovuto alla consapevolezza che questa non è idonea a soddisfare i suoi bisogni di istruzione, di formazione, di socializzazione: di istruzione poiché raramente si trovano insegnanti in grado di saper trasmettere la materia insegnata. Il ragazzo si rende conto che l’unico "centro di interesse" per il docente è il "programma da svolgere", e guai se un alunno bisognoso o desideroso di chiarimenti si frapponesse tra i due. L’insegnante non può permettersi di "perdere" tempo a rispiegare per uno o per pochi altri. E’ ben altra cosa l’insegnamento inteso come dialogo costruttivo. I dubbi degli alunni perciò si accumulano nel tempo, l’insicurezza che produce disagio prima, rabbia e aggressività poi e finalmente disinteresse per lo studio in generale condurrà il ragazzo nel giro di pochi anni ad abbandonare la scuola. I metodi per ovviare a tali inconvenienti ci sono: molti pedagogisti hanno sperimentato e attuato forme d’insegnamento che rendono protagonista l’alunno, inteso non come un numero del registro bensì come persona, con i suoi interessi, le sue esigenze, i suoi ritmi di apprendimento, insomma hanno creato una scuola che si adatti ai ragazzi e non viceversa. Una scuola siffatta rimane sulla carta, tuttora, in molte realtà "educative" del nostro paese. Anche in molti istituti che si vantano di essere aperti alle nuove metodologie permangono "consorterie" di insegnanti refrattari a un insegnamento inteso anche come formazione e non solo come pedantesca istruzione che si espleta con la trasmissione passiva delle nozioni. Si è mai pensato a quale sforzo immane sia sottoposto l’alunno per adattarsi alle esigenze dei singoli elementi di cui si compone la scuola, che vanno dagli insegnanti alle strutture scolastiche? Riflettiamo su una giornata tipo vissuta dagli studenti, molti dei quali con una maturità tale da potersi considerare adulti. Questi trovano ad ogni ora, in cattedra, una persona diversa che con metodo diverso intende raggiungere quello che è lo scopo di tutti gli altri che l’hanno preceduta e che la seguiranno, cioè compiere il "travaso" di ciò che essa crede di conoscere nella maniera giusta, nella testa di tutti gli alunni che le stanno davanti. Ma quello che più è mirabile è che l’insegnante pretende che tutti lo recepiscano nel modo in cui egli stesso lo conosce, lo sente, lo possiede. Non si rende forse conto che davanti a lui ci sono trenta persone con un modo di apprendere, di ragionare, di sentire non solo diverso dal suo ma anche da quello dei compagni? Il professore non può aspettarsi di sentire riferire la lezione perfino con le sue stesse parole, invece questa è la sola verifica che può premiare con un bel voto. E’ questa la realtà: nella nostra scuola ancora oggi si valuta così, ed allora il ragazzo che possiede una capacità critica, quale fiducia può riporre in tale istituzione, in tali professori? In una scuola siffatta, dunque, la "formazione" del ragazzo è relegata in secondo piano dal momento che non si tiene conto delle sue esigenze morali ed intellettuali. Se è vero che una grande parte di giovani porta all’interno della scuola disagi derivanti da situazioni socio-ambientali, famigliari a cui la scuola deve cercare di porre rimedio, è altrettanto certo che molti altri ragazzi con un bagaglio di esperienze extra-scolastiche del tutto positive vivono proprio all’interno dell’ambiente scolastico altre situazioni di disagio che spesso passano inosservate agli operatori stessi. Questo succede perché la scuola, gli insegnanti o una parte di essi non ammetteranno mai di adottare un metodo inadeguato sia per quanto concerne l’insegnamento che la valutazione dei ragazzi. "Non si tratta di sanzionare e selezionare quanto di controllare per favorire, educare e analizzare la qualità del servizio. Scopo dell’insegnamento è quello di guidare il ragazzo all’"autovalutazione" come pratica educativa che consenta all’alunno di accrescere la propria identità, la propria preparazione, le proprie decisioni e scelte, fondate sulla relazione positiva tra docente e alunno, sulla trasparenza della valutazione, sull’acquisizione da parte dello stesso alunno d’una metodologia del progressivo autosviluppo in un’ottica formativa a carattere permanente e ricorrente". Questi sono i principi a cui tutti gli insegnanti si dovrebbero attenere in quanto sono dettati da circolari ministeriali, ma molto pochi li applicano nella realtà quotidiana, nella maggior parte dei casi rimangono relegati nelle forbite relazioni e programmazioni annuali. E se il ragazzo non studia non è certo loro la responsabilità bensì dello stesso o dei genitori! E’ vero, la prima istituzione educativa è la famiglia e ad essa compete la formazione primaria e più importante senza la quale non si può procedere a costruire un ulteriore arricchimento nella fase scolare. Qualora questa manchi o sia difettosa, la scuola incontra grandi difficoltà per portare a termine la formazione-istruzione del ragazzo e nella maggior parte dei casi fallisce. Ma quando la famiglia ha adempiuto in maniera adeguata al suo compito, inviando a scuola un bambino motivato e ricco d’interessi, non si può non tener conto di ciò con l’obbligo per la scuola stessa di continuare tale cammino in maniera sempre più pertinente ai suoi bisogni. Se ciò non avvenisse, è sicuramente inevitabile una graduale demotivazione da parte del ragazzo che si troverebbe a vivere disagi non meno dannosi per lui di quelli riferibili al ragazzo poco acculturato o problematico. Perciò la causa di molti comportamenti aggressivi che sfociano spesso in atti violenti nella scuola, contro la scuola e perfino contro la propria persona si deve ricercare prima di tutto all’interno della stessa. Tutto ciò deve essere evitato per il rispetto che si deve avere non soltanto dei ragazzi ma anche e soprattutto nei confronti di quegli insegnanti che compiono con grande professionalità e competenza la loro attività. Il loro è un lavoro faticoso e tanto coinvolgente da non lasciare spazio ad altro per cui la loro scrupolosità può disturbare quanti intendono operare con superficialità. Non dobbiamo perciò lasciare soli questi insegnanti che combattono per il bene dei ragazzi che è poi quello della società, e per far sì che la scuola riacquisti quella credibilità che gradualmente ha perso nel tempo.

                                                                                          Orietta Polidori Antonimi

 

Storia di Enza, un ponte sulla diversità

Il successo di una esperienza a Catania, dovuto a un gruppo di persone di buona volontà che hanno operato nella fierezza e nella dignità dell’anonimato – Ma ci si chiede se sia moralmente giusto che in una società civile l’integrazione dei disabili sia di fatto affidata e realizzata dai singoli – E fino a quando le istituzioni pubbliche continueranno a trincerarsi dietro l’alibi della non copertura finanziaria

Nell’anno scolastico 1994-95 si iscriveva presso il circolo didattico Pestalozzi di Catania una bambina tetraplegica che non parlava ma utilizzava, per comunicare attraverso lo sguardo, un metodo di comunicazione alternativa (metodo Bliss). "Ci siamo accorti – dice la dott.ssa Irene Russo, insegnante presso la scuola elementare – di essere davanti ad una alternativa: o dire ai genitori che la scuola non era in grado di accogliere la loro figlia finché non venivano abbattute le barriere architettoniche, non veniva assicurato dal Comune il servizio di assistenza igienico-personale ed i sussidi posizionali e didattici necessari, finché il Provveditorato non garantiva la nomina, in tempi utili, di un insegnante di sostegno, in rapporto 1:1, adeguatamente preparato ed esperto anche in metodologie di comunicazione alternativa; oppure rimboccarci le maniche, accettare questa iscrizione, col rischio che avrebbe inevitabilmente comportato, di iniziare senza nessun supporto né di strutture né di risorse umane, e, a partire dalla presenza dell’alunna, con le sue esigenze concrete, inaugurare una stagione di richieste che non avrebbero avuto tregua se non con l’essere esaudite". Tutti concordarono, allora, per la seconda ipotesi, e così furono intraprese una serie di attività propedeutiche all’accoglimento della bambina, dalla richiesta al Comune sia per il servizio di assistenza igienico-personale che per i sussidi posizionali indispensabili (tavolo da lavoro, sedia per il WC, ecc.), e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Inoltre alcuni insegnanti seguirono un corso presso il centro di riabilitazione della bambina per imparare il metodo Bliss. Ancora Irene Russo: "Il primo anno, abbiamo dovuto aspettare fino a febbraio per veder funzionare il servizio di assistenza igienico-personale. Negli anni successivi è andato lentamente approssimandosi ad adeguare le esigenze, anche se non sono mancate sollecitazioni da parte della scuola che ha coinvolto spesso l’opinione pubblica attraverso la stampa. Una serie infinita di richieste e di visite all’assessorato competente sono state necessarie per ottenere una parte dei sussidi necessari, le somme assegnateci sono state infatti insufficienti a coprire le esigenze. Per quanto riguarda il docente di sostegno si aspetta ogni anno di sapere se verrà assegnato in considerazione del rapporto richiesto e chi sarà, poiché cambia ogni anno. Malgrado tutte le difficoltà alle quali ho accennato, credo che nel caso di Enza, la bambina di cui parliamo, sia stata possibile una reale integrazione. Questo grazie al fatto che nel circolo didattico tutti, dal direttore ai bidelli, dagli insegnanti agli alunni e ai genitori hanno dimostrato una grande sensibilità e disponibilità verso questo problema. Non sono infatti bastati a fermare l’entusiasmo né la fatica di dover portare a braccia su e giù per le scale Enza con la sua sedia a rotelle: né il doverla imboccare e condurre in bagno o lavare, in assenza dell’assistente: né il doversi "arrangiare" sperimentando sussidi, strumenti e metodologie ritrovate nel confronto di esperienze e di creatività, né il dover misurare ogni iniziativa, ogni attività, ogni visita, ogni gita con una sedia a rotelle e con le esigenze di una persona assolutamente non autonoma. Enza è arrivata nella nostra scuola per frequentare la quarta classe, adesso dopo tre anni ha abbandonato il metodo Bliss perché ha imparato a utilizzare il codice alfabetico. E’ in grado di scrivere servendosi del computer con una quasi totale autonomia, con l’ausilio di un sensore, di un adattatore e di uno specifico programma a scansione. Lavora come i suoi compagni con i quali continuamente si confronta in un reciproco arricchimento". La testimonianza dell’insegnante della scuola catanese dimostra come l’integrazione si fa sul campo, giornalmente, al di là delle norme scritte, tramite collaborazione e fiducia reciproca, dai genitori agli insegnanti e soprattutto grazie alla spontaneità dei bambini. Raggiungere l’obiettivo non è assolutamente facile, ma quanti sono disposti, hanno la tenacia o gli strumenti per intraprendere una strada così difficile? Sono certo che l’esempio di Enza non è l’unico, ma che al contrario le persone di buona volontà che operano nella fierezza e nella dignità dell’anonimato del proprio lavoro sono tantissime. Resta comunque il dubbio se per una società civile sia moralmente e giuridicamente giusto che l’integrazione sia di fatto affidata e realizzata da singoli operatori, ed ancora per quanto tempo lo Stato e le altre istituzioni continueranno ad assolvere sé stessi dietro l’alibi del procedimento amministrativo o della mancanza di copertura finanziaria.

                                                                                          Ernesto Pulvirenti
                                                                                         (AIFIND – Catania)

 

La conquista dell’alfabeto nella giungla

Il problema di avviare un programma di alfabetizzazione in una zona in cui la stessa parola "scuola" è totalmente ignorata – Il racconto di un missionario in Papua Nuova Guinea a proposito di un "istituto magistrale" creato dal nulla – La snervante difficoltà di lottare contro il tempo dove il senso del tempo non esiste – Le feste nei villaggi al ritorno dei primi "maestri", giovani eroi della nuova cultura

La scuola prima di tutto. E’ stato il mio chiodo, il mio pallino. Portare la mia gente, lentamente e gradualmente, alla scoperta e alla consapevolezza dei valori più elementari della dignità umana. Ero convinto che la scuola fosse lo strumento assolutamente indispensabile per dare il via ad un serio processo di promozione umana. In alcuni villaggi della giungla profonda il concetto e il significato della stessa parola "scuola" era totalmente ignorato. E neppure esisteva la parola scuola! Ci è voluto del tempo per far capire ai capivillaggio l’importanza della scuola. "Ma perché mandare i nostri ‘manki’ a scuola?" Erano i puntuali e ricorrenti interrogativi che mi venivano rivolti dagli anziani dei villaggi. Le discussioni sulla necessità di avere una scuola non finivano mai. Quanta pazienza ci è voluta. Quante discussioni. Ma alla fine, per farla breve, ottenni dai capivillaggio un consenso di massima e mi rimboccai le maniche. Non persi tempo. Mi venne un’idea. Radunai nella mia scalcinata stazione di Yemnu una ventina di giovani tra coloro che mi sembravano i più dotati, conosciuti durante le mie abituali peregrinazioni nei villaggi. E cominciai ad insegnare, in pidgin (una lingua artificiale che si fonda su un inglese semplificato, n.d.r.), i primi elementari rudimenti di scrittura, di lettura, di conteggio. Un catechista mi diede una mano. Inoltre i primi elementi di igiene. Per me era anche una splendida occasione per arricchire il mio bagaglio di conoscenze sui costumi e sulle tradizioni dei villaggi di appartenenza dei miei giovani kanaka (così si chiamano gli indigeni della Papua Nuova Guinea, n.d.r.), una scuola di antropologia melanesiana. Si faceva anche dello sport. Le liane della giungla facevano da corde per organizzare ogni sorta di giochi come il tiro al bersaglio. Le frecce erano sempre a portata di mano. In Nuova Guinea i bambini nascono con l’archetto e le frecce in mano. Mi sono dato anche da fare per costruire un campo di bocce, bocce che avevo portato dall’Italia. Credo il primo gioco di bocce in assoluto nella Papua Nuova Guinea. Insomma, era qualcosa come una minuscola ed elementarissima scuola… magistrale che durò diversi mesi. Era arduo per questi giovani kanaka, abituati a vivere come gli uccelli, stare seduti per terra ad ascoltarmi per ore. Dopo un po’, dalla ventina iniziale si erano ridotti ad una decina. Un’autoselezione naturale. Gli altri avevano preferito la libertà spensierata della giungla ed erano tornati ai loro villaggi. E i "magnifici dieci" che avevano resistito alla prova? Rientrarono ai loro villaggi, accolti come vincitori dai rispettivi clan che, per l’occasione, avevano organizzato battute di caccia per festeggiare con danze e mangiate comunitarie i primi eroi della nuova cultura. Non solo, ma i villaggi di appartenenza dei giovani "diplomati" si impegnarono a costruire capanne-scuola per permettere ai novelli giovani maestri di trasmettere ai "manki" dei rispettivi villaggi quanto avevano appreso al semplice ed umile "istituto magistrale" del missionario. La mia sfida per la scuola cominciò così. Una sfida che, a lungo andare, diede i suoi frutti perché, due anni dopo, il nuovo governo "autonomo" della Papua Nuova Guinea, da me informato dell’esperimento, promise di inviare due maestri regolarmente diplomati per dare il via ad una scuola normale, almeno nel villaggio più popolato, e precisamente a Yilui, a patto che la missione si impegnasse a costruire la scuola per due classi di prima elementare e due case (sempre con materiale di giungla) per due maestri. Mancavano pochi mesi all’inizio dell’anno scolastico e volevo a tutti i costi che non si perdesse tempo e che tutto fosse pronto per iniziare finalmente la scuola al tempo pattuito. Fu una lotta contro il tempo con gente che non ha il senso del tempo, dove dire "domani" è come dire tra qualche settimana o tra qualche mese. E’ la stessa cosa. Perché tutto è approssimativo. Non c’è orario. Si va col sole. Se il sole tarda a spuntare tutto viene rinviato. E’ gente imprevedibile oltre che impenetrabile. Lottare contro l’indolenza costituzionale dei kanaka era semplicemente sfibrante. E poi il villaggio di Yilui era lontanissimo dalla mia abituale residenza di Yemnu (giornate di cammino) ed era per me estremamente difficile seguire e controllare lo svolgimento dei lavori. Alla fine riuscii e la scuola con i due maestri, inviati dal governo, prese il via. Riuscii, ma a duro prezzo e a scapito della mia salute. Ero sfinito. Non ce la facevo più. Mi presi un esaurimento totale. Dovetti recarmi in Australia per curarmi, ma dopo qualche settimana i medici, viste le mie condizioni, mi consigliarono di rientrare in Italia per rimettermi in sesto.

                                                                                       Fr. Marco Malagola, ofm

 

Disagio, dispersione, droga, che fare?

Un problema di sinergie fra i problemi e fra le iniziative volte a combatterli – Il concetto di salute inteso, al di là di una concezione puramente biologica, come attenzione alla qualità umana, ai contenuti ai processi e ai risultati dell’apprendimento – Non basta occuparsi dei ragazzi "a rischio", è necessaria una strategia che mobiliti le risorse dell’intera scuola

 

Proseguiamo la pubblicazione delle relazioni svolte al convegno di studi sul tema L’evasione scolastica, una sfida per la società, organizzato ad Arezzo dalla LAPIS il 25 e 26 ottobre 1997. In questo numero la prima parte dell’intervento del prof. Luciano Corradini, presidente dell’Unione cattolica degli insegnanti medi

Con i termini droga e dispersione scolastica si indicano due modalità negative di risposta a situazioni critiche vissute con particolare intensità nel corso della preadolescenza e dell’adolescenza: di qui la ricerca di antidoti al disagio, una sorta di brodo di cultura i cui maturano i germi dell’insuccesso, nella scuola e nella vita. La scuola è ambiente che favorisce la socializzazione e la crescita, ma può anche aumentare il disagio ed assumere il ruolo di ambiente minaccioso, dal quale si vuole fuggire. Di qui la necessità di capire di volta in volta che significato assume, per questo o quel ragazzo, l’esperienza scolastica, e l’impegno ad intervenire sul rapporto fra scuola e ragazzi, ossia da un lato sull’assetto e sul clima della scuola come istituzione, dall’altro sul vissuto dei ragazzi più a rischio. Superata una concezione puramente ambulatoriale ed emergenziale dell’intervento necessario a prevenire i fenomeni della droga e della dispersione, si è capito che non basta occuparsi dei ragazzi "a rischio", ma che occorre adottare una strategia volta a mobilitare le risorse positive dell’intera scuola e non solo dei ragazzi più colpiti dal disagio e dalla difficoltà di elaborarlo in termini costruttivi. Droga e dispersione appaiono in questo contesto incidenti critici che stimolano l’organismo scolastico a produrre anticorpi, ossia a rinforzare le sue difese immunitarie dalle aggressioni dell’ambiente, sia di quello esterno sia di quello interno. E sono anche spie che hanno indotto il Parlamento a mettere a disposizione risorse integrative alla PI e alla scuola. Tale integrazione non può essere semplicemente giustapposta e parallela alla scuola, ma non può neppure nascondere la specificità di quella spinta vitale e di quella mobilitazione organizzativa che non si producono solo in virtù delle risorse, delle norme e dell’impegno amministrativo, ma che richiedono anche specifica progettualità, fantasia e generosità. Le strategie adottate da norme e comportamenti amministrativi e professionali negli anni scorsi sono fra loro obiettivamente sinergiche, se riduzionismi e chiusure non inducano a disperdere l’unitarietà della visione pedagogica e funzionale necessaria ad uscire dal disagio e dalla crisi. Il concetto più comprensivo e illuminante al quale ricorrere per legittimare una visione promozionale e preventiva della scuola è apparso quello di salute, utilizzato in diversi paesi e nelle sedi internazionali per indicare attenzione alla qualità umana, ai contenuti ai processi e ai risultati dell’apprendimento. Negli ultimi tempi anche la medicina ufficiale è andata progressivamente superando una concezione puramente biologica della salute, comprendendo in essa, come ricorda l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), "un completo stato di benessere fisico, psichico e sociale". Dal canto suo il Consiglio d’Europa ha definito la salute come "dimensione sociale, mentale, morale e affettiva, oltre che fisica. E’ un bene instabile, che bisogna acquisire, difendere e ricostruire costantemente, durante tutto l’arco dell’esistenza". E’ sano dunque chi sta bene, ossia chi gode di benessere fisico, chi è psichicamente equilibrato, chi ha relazioni positive con gli altri, chi è in grado di fare scelte libere e responsabili, chi sa dare un senso alla sua vita. Star bene nel senso di vivere bene implica non solo il piacere funzionale di chi campa senza malattie e senza angustie di vario tipo, ma anche una positiva immagine di sé e degli altri, la serenità interiore, la speranza, la voglia di vivere, l’attitudine ad affrontare i conflitti con spirito costruttivo. Il che non comporta affatto l’assenza di disagi e di malessere, ma il possesso di strumenti razionali, affettivi e morali che consentano di conferire un senso agli agi e ai disagi, in rapporto alle possibilità, ai limiti, ai valori personali e sociali che sono in gioco. Il benessere di cui si parla oggi nelle comunità per il recupero dei tossicodipendenti che elaborano un "progetto uomo" assomiglia poco a quello che hanno in mente i grandi evasori fiscali, i criminali organizzati e le vittime della droga. La salute è un bisogno-valore per l’uomo, e particolarmente per il giovane, solo se l’uomo stesso è considerato un valore. Ma come convincere i giovani a conoscere, a coltivare e a non disperdere il suo patrimonio valoriale? Nella società complessa sono identificabili almeno due tipi di forze, tra loro confliggenti: le forze orientate sul potere, sul denaro e sul piacere e quelle orientate sulla libertà, sulla verità, sulla solidarietà. Il problema educativo consiste essenzialmente nel rendere i giovani consapevoli di questo conflitto, delle sue implicazioni e dei suoi possibili esiti, perché scelgano a ragion veduta. Non è mai stato facile aprire gli occhi, smascherare l’inganno, riconoscere, sotto le false apparenze del piacere e del successo, i venditori di morte. Le parole, le informazioni e i consigli però non bastano. Bisogna promuovere esperienze positive, far cogliere nella concretezza della vita quotidiana il gusto e il valore della verità che fa liberi, della solidarietà che rinfranca, dell’azione che trasforma. Solo a chi dispone di questo "tono", ossia di questo vigore fisico, psichico e spirituale si può riconoscere vero benessere, vera salute. Questi concetti dunque fanno parte del lessico comune, ma non si riducono ad esso. Si può infatti dire che essi siano il punto d’incontro fra il senso comune e la riflessione filosofica, psicologica, medica, pedagogica, antica e recente. Due filoni di pensiero, due atteggiamenti, quello degli asceti e quello dei gaudenti, che sembravano destinati a scontrarsi e quindi a rifiutarsi reciprocamente, forse riescono a trovare un compromissorio luogo d’incontro proprio in questi concetti di benessere e di salute, che il Ministero della PI ha proposto alle scuole nel Progetto Giovani 93 e nel Progetto Ragazzi 2000, con i temi ispirati allo star bene: con se stessi in un mondo che stia meglio; con gli altri, nella propria cultura, in dialogo con le altre culture; nelle istituzioni, in un’Europa che conduca verso il mondo. Il problema a questo punto, è quello di conservare la memoria della pluralità di significati ospitati temporaneamente sotto un unico termine, ma suscettibili di sviluppi diversi. L’ambiguità non è sempre un male, purché non si confondano le tattiche con le strategie e non si appiattisca in un solo comportamento medio la molteplicità dei sensi che si nascondono sotto l’adozione di un’unica bandiera. E’ noto che si parla della salute quando questa è minacciata, non quando fisicamente e psichicamente si sta bene. Nella scuola si parla di salute quando si diffondono epidemie, quando, come succedeva in un passato non lontano, la miseria favoriva l’insorgere di varie forme di malattia, o quando, come succede oggi, si diffondo la droga, l’AIDS e tutte le altre patologie, che l’uomo si autoprocura per alleviare il disagio, ironia delle parole, della cosiddetta società del benessere.

 

                                                                                                            ( 3 – continua )

 

 

                                                                                                

 

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