FOGLIO LAPIS - FEBBRAIO - 2018

 
 

Mentre la lingua di Shakespeare domina sempre più la comunicazione internazionale, il governo teocratico dell'Iran annuncia un ridimensionamento del suo ruolo nei programmi scolastici, in particolare nella primaria – Si parla di “invasione culturale” e si afferma la necessità di privilegiare l'insegnamento del persiano e della tradizione islamica del paese – É in gioco, parola dell'ayatollah Khamenei, l'indipendenza di politica, economia e cultura

 

Da un capo all'altro del pianeta globalizzato la conoscenza della lingua inglese è ormai diventata un requisito essenziale per la maggior parte delle professioni. Il suo uso e il suo abuso dominano i medi, la pubblicità e persino la politica. Tipico il caso dell'Italia, dove superando i limiti del buongusto si arriva a denominare in inglese leggi dello stato (jobs act) e persino funzioni istituzionali (question time). La lingua di Shakespeare è sempre più presente nei programmi scolastici, fino a soppiantare addirittura le lingue nazionali, in un numero crescente di paesi, nell'insegnamento di alcune materie. Il fenomeno viene generalmente accettato come inevitabile e anzi opportuno per abituare i giovani alla comunicazione internazionale nel mondo globalizzato, ma in alcuni paesi caratterizzati da forti tendenze identitarie, come la Francia per esempio, non manca di suscitare polemiche.

É del mese scorso la notizia che il governo iraniano ha deciso di ridimensionare l'insegnamento dell'inglese nelle scuole primarie pubbliche e private, anche negli orari extrascolastici. Secondo quanto riferisce il Washington Post il capo dell'organismo governativo che detta le linee dei curricula scolastici, Mehdi Navid-Adham, ha pubblicamente dichiarato che quell'insegnamento è contrario alle leggi e ai regolamenti, che impongono di privilegiare la lingua persiana e la cultura islamica tradizionale. Navid-Adham ha parlato esplicitamente di “violazione” della legge. Sono anni che i dirigenti politici della Repubblica islamica dell'Iran esprimono riserve sulla diffusione dell'inglese, arrivando a parlare di “invasione culturale”. Ma perché il nodo venisse al pettine ci sono volute le grandi proteste popolari del mese scorso contro le politiche del governo teocratico, che indica negli Stati Uniti, soprattutto dopo la denuncia dell'accordo sul nucleare iraniano da parte del presidente Donald Trump, il centro motore delle manifestazioni.

Ma molto prima di questi sviluppi la suprema autorità religiosa e politica iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, si era nettamente pronunciato contro l'invadenza dell'inglese. Certo, aveva convenuto in un discorso al corpo docente di alcuni mesi or sono, dobbiamo imparare le lingue straniere, ma fra queste non c'è soltanto l'inglese. Dl resto, diceva Khamenei, lo scopo primario del nostro sistema educativo dev'essere lo sviluppo nei giovani di un'identità nazionale e religiosa indipendente. Dobbiamo educare la nostra gioventù in modo tale che persegua l'indipendenza della politica, dell'economia e della cultura. Come si vede il fattore dell'identità nazionale e religiosa è strettamente connesso con le motivazioni strettamente politiche. In questa stagione di accresciute tensioni fra Teheran e Washington, la lingua internazionale poer eccellenza viene inevitabilmente percepita come la lingua del nemico.

 

 

                                                          f. s.                                    

    


                                                  

 
 

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