FOGLIO LAPIS - DICEMBRE - 2008

 
 

In vista dell’Expo che incombe come una greve ineluttabile minaccia, breve discorso sull’antimateria di Milano, sugli spazi circoscritti dalle sue architetture, su quei blocchi d’aria nei quali si può immaginare il meglio – In uno di quei vuoti, una gabbia sistemata in un androne, ecco la storia triste della portinaia di via Nazari, una donna segnata da una vita di servaggio – Si va su Marte, ma per quel corpo così provato pare che non ci sia nulla da fare

Gli Amministratori di Milano lo sanno su quali malesseri personali stanno disegnando EXPO per il 2015, exponendo la città in maniera exponenziale al tragico cimento cementerio nazionale? Sul piano camorristico, strettamente personale, a Napoli come a Milano

ci sono persone chiuse in se stesse

incarcerate nella propria mente

E in quella cella

i loro pensieri sono così neri

così armati

così incombenti

così duri

che non c’è stato bisogno di costruire i muri

 

Dell'architettura di Milano

mi affascina ciò che non è stato disegnato,

la parte di foglio bianco del progetto,

il cielo che si inarca spinto via dal tetto.

Il vento che fa sbattere le non costruite finestre,

i passi che riempiranno il vuoto delle porte,

le strade che porteranno a quella casa tutte contorte.

Mi affascina l'aria curva sotto i ponti,

gli spigoli,

il blocco di aria bianca che resterà imprigionato nella stanza.

Mi affascinano gli androni, i pizzi delle ringhiere,

la promessa delle scale.

Mi piace il vuoto tra le colonne del balcone,

mi piacerebbe di sapere quanto è costato

e se davvero è gratis quel delizioso vuoto modellato.

Mi piace lo spazio fra i vetri e le tende

che nessuna agenzia immobiliare inspiegabilmente

ti fa sovrapagare.

Mi irritano la stabilità, la tenuta in caso di terremoti

dato che nessuno conta mai quanto è devastante

l'urto dei miei vuoti

Tubi, fili, tutti gli impianti a norma

e nessuno che posi pietre chiare in corridoio

per guidare il mio passo dentro la sua orma

Il calcolo delle distanze da muro a muro

da soffitto a pavimento

e nessuno che conti mai

quanto è lontano il cuore dal suo lamento

E sempre il basso in basso

e l'alto in alto

e mai un guizzo!

uno spazio raggiungibile solo con un salto,

mai una discesa

visibile solo con una candela accesa.

E sempre vetri al dritto per guardare fuori

e mai vetri al contrario per guardare al centro

o perché il fuori possa guardare dentro

E poi progetti approssimati, approssimativi,

superficiali, sciatti... omesso, ho messo:

"Ama l'approssimato tuo come te stesso"…

Progetti, per dire, di case senza gatti

camere senza l'eco

guardaroba senza profumo degli armadi,

niente favole sparse a piene mani,

locali aperti solo sul domani.

Nessuna vita lenta,

niente foglie nell'arredamento,

nessun buco per nascondersi nel pavimento

E poi mai mai nel progetto le vere fondamenta:

una porta socchiusa su una camera bianca

e di là una madre, serena, che canta...

 

Cosa succede laggiù, a quella donna chiusa in quella gabbia

di legno minacciata da un pericolo a cui si è

volontariamente esposta? Sarà poi per noi una morta bianca?...

Volontariamente? Beh, proprio volontariamente no, diciamo

che una vita grama l'ha spinta qui a Milano,

ventenne già vecchia, a fare da serva-portinaia

ai condòmini di via Nazari 3, tutti professionisti,

ingegneri avvocati giornalisti.

Tutti, soprattutto

stronzi laureati gelminati dalla Mariastella di Natale...

Gabbia di legno? Il suo casotto tre metri per tre dove

smistava la posta, lanciava occhiute occhiate a chi passava,

ninnava la figlia, curava il marito col cancro, era

a tutti gli effetti una gabbia...

Esposta a un pericolo? I pericoli in realtà sono tanti,

ma quello principale è la stronzaggine dei condòmini...

Io condomina non ero, ero in affitto,

magari stronza un po' anch'io,

ma non con lei. Perché a me la Giannina Strada –

nomen omen – sposata Brancaleone poi prestissimo

vedova e quindi rimasta solo Strada

sulla strada a spazzare e guardiolare,

mi ha sempre fatto pena...

"Gioàna, senta, la po’ mica darme una mano con questo vaso,

che non riesco a piegarme?... Mi scusi, sa!" ...

La schiena se l'è rotta da bambina. A sei anni l'hanno

mandata a lavorare in una famiglia di siori. Gente ricca,

professionisti. Stronzi laureati anche quelli. La facevano

lavorare dall'alba fino a che non crollava di sonno,

a tenere i bambini/bambine tènere… "E sa, Gioàna,

prendine in braccio uno, tirane su un altro

e spazza stira e portali so e zo dalle scale

mi è venuta una scoliosi che avevo dei dolori

così tremendi che un giorno sono svenuta

e ghe s'era un amico dei siori che era medico

e ga dito che non dovevan farme più lavorare così

pesante, ma ormai era fatta, la schiena si era stortata

per sempre e so io i dolori che passo

che non li auguro al mio peggior nemico" ...

I condòmini laureati intanto le facevano la guerra.

Niente contributi, tanto per dire, così

dopo 42 anni di lavoro adesso prende la minima,

500 euro al mese. Una volta, rientrando, l'ho trovata,

china, che puliva una merda di cane

dalla scarpa della signora Pennella.

"Ma no, Giannina, non deve, non è tenuta"

ho protestato, dopo.

"Come, no?... Ma me l’ha chiesto.

Non potevo dirghe de no".

Porta uno scialle, la Giannina. E sulle spalle,

sotto allo scialle, porta tutte le sue umiliazioni;

nelle gambe gonfie sono accumulati anni di privazioni

e di mangiare male. Da bambina

andava con la madre all'alba a spigolare.

"Cosa vuol dire?" ho chiesto io

che non ero ancora condòmina e parlavo con lei.

È scoppiata a ridere:

"Vuol dire che si raccoglievano le spighe

sfuggite alla falce e al forcone,

si staccavano i chicchi di grano

e si portavano a casa per avere

un po' di farina e mangiare"…

La Giannina sa tutto. Sa dove sono le chiavi della caldaia.

Sa che nel 1930 in piazzale Susa passava il treno,

c'erano i prati e le mucche che pascolavano.

Io l'ho vista anche quasi nuda una volta

che l'ho accompagnata dall'agopuntore

per regalarle dieci sedute.

Aveva dei dolori così forti alla schiena

che con gli occhi da pazza, ha detto

"Urbi et orbi"

nell'androne del palazzo che lei,

un’altra notte così, e si buttava dalla finestra.

Un male continuo, feroce.

Dal dottor Chen si è tolta la camicetta,

la gonna marrone, e sotto c'era il suo corpo.

Un corpo arato, spaventoso, grigio,

pieno di pieghe innaturali,

di gobbe, di frane. Io non ero ancora condòmina,

ero ancora giovane, non ero pronta,

mi è mancato il respiro.

L'ho portata da uno specialista:

"… Si potrà operarla, 'sta schiena no?...

Oramai fate tutto con la neurochirurgia,

con il laser... Andiamo su Marte, per dio!...

Si potrà operarla 'sta schiena, no?"...

"No", ha detto il primario: "Questa schiena

è come un muro crollato".

                            Filippo Nibbi, Giovanna De Carli

Milano, dicembre 2008                                    

    


                                                  

 
 

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