FOGLIO LAPIS - APRILE - 2010

 
 

Nell’attesa di rimborsi che non arrivano mai, i bilanci degli istituti scolastici fanno acqua da tutte le parti – E così si chiede aiuto ai genitori: un contributo volontario che in alcuni casi può anche ammontare a alcune centinaia di euro – Purché non sia presentato come obbligatorio, questo contributo è previsto dalla normativa – Ma è imbarazzante che il sistema sia ridotto a questo dalle difficoltà finanziarie, le stesse che inducono a aumentare l’affollamento delle classi

 

Rotoli di carta igienica svolti davanti alle rappresentanze periferiche del ministro dell’istruzione: è il logo imbarazzante delle manifestazioni che in alcune città italiane si sono svolte per protestare contro la riduzione dei finanziamenti alla scuola. La carta igienica è uno dei beni di prima necessità che alcuni istituti non sono più in grado di acquistare. I loro bilanci sono infatti in crisi, sia perché i normali finanziamenti sono stati ridotti, sia addirittura perché lo Stato tarda a onorare i suoi debiti. Ci sono casi di supplenze alle quali è necessario rinunciare per mancanza di fondi, o che si realizzano grazie alla buona volontà di docenti disposti a mettersi in lista d’attesa per quanto riguarda la remunerazione del loro lavoro.

Per questo si va diffondendo nel sistema scolastico l’abitudine di chiedere aiuto alle famiglie. Quello che i capi d’istituto sono costretti a sollecitare è un contributo volontario a coprire le spese della scuola. Una materia regolata dalla legge, che però la legge ha immaginato non certo per acquistare carta igienica o articoli di cancelleria per gli uffici, ma per finanziare le spese imposte dalle nuove tecnologie o quelle richieste dalla necessità di manutenzione o riparazione di edifici o impianti.

Poiché molte famiglie protestano contro quella che considerano una sopraffazione, è bene ricordare che non sono affatto obbligate a concorrere alle spese della scuola. Quelle previste dalla normativa sono infatti “erogazioni liberali”, cioè su base assolutamente volontaria. Quindi la scuola non le può imporre, solo richiedere come gesto di buona volontà per superare problemi altrimenti insolubili. Magari può anche ricordare alle famiglie che quei contributi, se vengono effettuati con modalità documentabili, possono essere detratte per quasi un quinto (19 per cento) dalla dichiarazione dei redditi.

È davvero imbarazzante, in ogni caso, che la scuola italiana sia ridotta a far dipendere il funzionamento dei suoi servizi essenziali da un intervento delle famiglie che dovrebbe essere riservato, nello spirito della legge, esclusivamente alla copertura di spese straordinarie. Per di più con procedure di pressione che sfiorano il ricatto: o così o saremo costretti a sospendere il tale servizio… E tutto questo anche nella scuola dell’obbligo, cioè dell’istruzione non solo obbligatoria ma anche gratuita… D’altra parte proviamo a calarci nei panni di quei dirigenti d’istituto che non ricevono soldi dallo Stato, nei cui confronti magari vantano crediti ormai stagionati, e si trovano di fronte alla scomoda alternativa fra una sorta di questua fra le famiglie degli alunni e la paralisi di questa o quella prestazione. Una situazione inaccettabile, che una volta ancora chiama in causa il gravissimo problema delle priorità. Si devono tagliare le uscite dei bilanci pubblici? D’accordo, lo si faccia, ma per favore non a spese della scuola.

Un’altra sforbiciata alle risorse destinate all’istruzione viene introdotta surrettiziamente con la cosiddetta razionalizzazione della rete scolastica. Vi si prevede infatti l’aumento del numero minimo e di quello massimo di alunni per classe. Lo scopo è evidente: classi più affollate significa meno classi, dunque meno insegnanti, dunque meno spesa per stipendi. Nella scuola primaria le classi avranno almeno diciotto alunni e non più di ventisei (prima erano rispettivamente quindici e venticinque). Nella secondaria di primo grado si passa da quindici-venticinque a diciotto-ventisette. Si fa notare che l’innalzamento del numero di alunni per classe incide negativamente non soltanto sulla qualità dell’insegnamento, ma anche sull’attuabilità delle procedure di sicurezza. Con gruppi più numerosi è infatti più difficile organizzare per esempio l’evacuazione in caso d’incendio. Ci si chiede: è mai possibile che i problemi dei bilanci pubblici abbiano priorità anche su questo?

                                                          f. s. 
                                         

    


                                                  

 
 

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